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MAURIZIO MASCHIO

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REPORTAGE

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DALLA RUNDETAARN AI CLUB DI NØRREBRO

LA SECONDA PARTE DEL REPORTAGE DEL G-ASTRONAUTA TRA STORIA, ASTRONOMIA E LOCALI DI TENDENZA NEL CUORE PIù AUTENTICO DELLA COPENAGHEN G-ASTRONOMICA

 

La mattina del terzo giorno si apre sotto una luce chiara, quasi diafana, mentre attraverso il Kongens Have, il “Giardino del Re”: viali simmetrici puntellati di statue in bronzo, geometrie quiete, alberi spogli che disegnano traiettorie nell’aria. Al centro del parco si erge Rosenborg, il maniero voluto nel Seicento da Cristiano IV, il sovrano che ha plasmato la Copenaghen che vediamo ancora oggi, costruendo castelli, chiese, osservatori e interi quartieri. È un palazzo compatto, austero, circondato dall’acqua, che conserva ancora quel rigore nordico fatto di mattoni rossi, proporzioni precise e un’eleganza sobria.

 

Pochi passi più in là cambia completamente la scena. Le grandi vetrate del mercato coperto di Torvehallerne si aprono come due lanterne di vetro piene di vita: profumi di caffè filtrato, pane scuro, spezie, salmone affumicato, piccoli produttori che preparano piatti veloci. È uno dei luoghi dove la città pulsa davvero: famiglie, studenti, lavoratori, turisti e un senso continuo di movimento. Proseguo verso la meta “spaziale” della giornata e per pranzo mi dirigo verso Schønnemann, storico ristorante fondato nel 1877 dove - a detta di molti - si mangia il miglior smørrebrød della città. Purtroppo al momento del mio arrivo il locale è già pienissimo e non avendo prenotato (ingenuo io) devo glissare l'esperienza alla prossima occasione, ma quello che ho intravisto ai tavoli promette bene. Sempre nell'ottica di un pranzetto leggero trovo invece posto da Breto, una creperia urbana moderna e luminosa, dall’atmosfera calda, accogliente, dove mi sento subito a casa. 

 

La cucina propone sapori classici della Bretagna con tocchi moderni, offrendo sia crêpes che galette francesi in diverse versioni, dolci e salate. Ordino una deliziosa galette al salmone affumicato con uova, formaggio cremoso, crème fraîche e insalata, mentre contemplo dalla finestra il profilo dell’imponente edificio che si staglia di fronte a me.

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GIORNO 3 - NELL'OSSERVATORIO ASTRONOMICO PIÙ ANTICO D'EUROPA

Parliamo di uno degli edifici più sorprendenti della capitale danese: la Rundetårn— la Torre Rotonda — fu anch’essa voluta da Cristiano IV come parte di un ambizioso complesso dedicato alla conoscenza: la Chiesa della Trinità, la biblioteca universitaria e l’osservatorio astronomico uniti in un’unica struttura, un’idea incredibilmente moderna per l’epoca. 

 

La prima pietra venne infatti posata il 7 luglio del 1637 e cinque anni dopo la Torre Rotonda fu completata come prima parte del complesso della Trinità. 

 

L’accesso avviene attraverso il celebre camminamento elicoidale, una rampa ampia e continua che avvolge l’interno della torre per quasi 300 metri conducendo a quello che è l’osservatorio ancora in funzione (nei mesi invernali) più antico d’Europa. Dai quasi 35 metri di altezza della torre la vista a 360 gradi sulla città è un must assoluto.

 

Durante la visita si scopre come la torre sia stata per secoli un luogo vissuto. Gli astronomi abitavano ai piani alti per essere vicini alle osservazioni; il portiere e la sua famiglia risiedevano più in basso; stanze piccole, lavatoi con vista sulla città, vita quotidiana sospesa tra scale, libri e cielo. Il nucleo cavo interno, che oggi si osserva attraverso una passerella di vetro, è il Punto Zero della Danimarca: da qui, nel Settecento, partirono le misurazioni scientifiche che permisero di creare la prima mappa accurata del Paese. Una cavità di mattoni che scende nel buio, silenziosa e vertiginosa. 

 

Sopra la testa dei visitatori, il planetario di Ole Rømer — l’astronomo danese che per primo misurò la velocità della luce — mostra il sistema solare in movimento. Piccole sfere sospese, un antico meccanismo che continua a raccontare il cosmo con una grazia semplice e affascinante. 

 

Il percorso sale fino al Bell Loft, un grande spazio ligneo sopra la chiesa: travi imponenti, tracce di antichi utilizzi, oggetti che raccontano un passato fatto di piccoli riti quotidiani. Poi si arriva alla Library Hall, oggi sede di mostre ed eventi, un tempo biblioteca dell’Università di Copenaghen. Qui prese forma la suddivisione della preistoria in Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro: un’intuizione nata tra scaffali, manoscritti e studiosi.

La mostra in corso, Crystalline Memories of Deep Time, visitabile fino a 4 gennaio 2026, accompagna il visitatore in un viaggio nel “tempo profondo”: cristallizzazioni, DNA, meteoriti. L’artista Claus Spangsberg trasforma la scienza in immagini che sembrano provenire da un universo parallelo. Quando esco si è già fatto buio. Le luci dei mercatini di Højbro Plads accendono l’aria di profumi e colori: gløgg caldo, cannella, mandorle tostate, piccole casette illuminate. È il Natale nordico nella sua forma più autentica, intima e gentile.

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NØRREBRO: IL QUARTIERE DOVE LA CITTÀ SI ACCENDE

 

Per l’ultima sera del mio viaggio mi dirigo verso Nørrebro, il quartiere che rappresenta la parte più viva, giovane e creativa della città. Supero il ponte di Dronning Louises Bro e ho l’impressione di attraversare un confine invisibile, oltre il quale le luci sono più calde, i locali più affollati, le voci più numerose.

 

Su Ravnsborggade le luci si abbassano, i bistrot si riempiono, le vetrine riflettono il passaggio dei ciclisti. C’è un’atmosfera calda e accogliente: coppie che cenano a lume di candela, gruppi di amici che dividono piatti e bottiglie di vino, piccoli locali dove si suona dal vivo. Da qui a arrivo a Blågårdsgade, una delle strade più vive e affascinanti di Copenhagen: un corridoio pedonale che respira multiculturalità, pieno di caffè, bistrot, enoteche, negozi vintage e piccole botteghe creative. Le persone parlano a voce alta ai tavolini e la vicina Blågårds Plads fa da cassa di risonanza a questo microcosmo. Un’ampia piazza che da sempre è luogo di eventi, concerti improvvisati, incontri spontanei, con un forte spirito comunitario che deriva dal passato operaio del quartiere.

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    È qui, più che altrove, che trovo il mood che mi appartiene: una miscela di spontaneità, calore, apertura. Ogni porta aperta sembra un invito. C’è chi si ferma in un wine bar come Vinhanen, chi sceglie l’aria più alternativa dell’Harbo Bar, chi curiosa tra le vetrine colorate dei negozi che espongono gioielli fatti a mano, design nordico, prodotti bio. 
     

     

    La mia serata trova però il suo centro naturale al Blågårds Apotek, un luogo che già dal nome racconta una storia: un’antica farmacia riconvertita in bar e sala da concerti, con il vecchio bancone in legno trasformato in una lunga linea di spillature. L’atmosfera è unica, quasi sospesa. 

     

    Le luci calde, le pareti che sembrano trattenere memorie, i venti tipi di birra alla spina, il via vai continuo di strumenti musicali che anticipano jam session jazz o concerti improvvisati. È uno spazio no-profit, gestito con spirito comunitario, e questo lo senti immediatamente: nessuna posa, nessun filtro, solo quella sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto.

     

    Quando esco, l’aria è frizzante. Il vento del Nord scivola tra le vie laterali. Le biciclette passano veloci, come sottili linee luminose che attraversano la notte. Il quartiere pulsa, ma senza frenesia. 

     

     

    Camminando verso l’hotel, sento che questa sera è un vero congedo, la chiusura perfetta del viaggio. La città mi rimane addosso nelle sensazioni più semplici: il calore delle caffetterie, il disegno ordinato dei parchi, la verticalità delle torri, il cielo basso e luminoso, le luci e i colori dei mercatini natalizi, le risate genuine dei ragazzi, l’atmosfera hygge e l’energia dei quartieri che vivono fino a tardi senza sfociare nella movida.

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    GIORNO 4 - L'ULTIMO SALUTO AL GUSTO DI CAFFÈ

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    C’è sempre un momento, nei viaggi, in cui la città smette di essere un luogo da esplorare e diventa un luogo da salutare. Per me accade seduto a un tavolo di Andersen & Maillard – Nørreport, una delle bakery più raffinate della capitale, nata con l’intenzione dichiarata di rendere il caffè un’esperienza irrinunciabile. Obiettivo raggiunto, a quanto pare: mi lascio coccolare dal profumo di burro che esce dal laboratorio, golosi croissant al cacao e leccornie di ogni tipo in bella mostra dietro una vetrina minimalista, tazze di caffè che fumano come piccole nuvole in una mattina di dicembre.

     

    Le finestre affacciano sul viavai della stazione di Nørreport: studenti con cuffie enormi, lavoratori in bicicletta, gruppi di turisti che si stringono nei cappotti. C’è una naturalezza in tutto questo, un modo di vivere che sembra raccontare la città meglio di qualunque monumento. Rimango qualche minuto a contemplare il flusso di passanti, come se potessi memorizzarlo e portarlo con me.

     

    La mattina procede senza fretta. Passeggio nei dintorni, tra piccoli design shop, librerie e caffetterie che ti invitano a entrare solo per il tepore che esce dalle porte. Copenaghen, nelle ore diurne, ha una leggerezza quasi zen: niente è sopra le righe, tutto è misurato, sospeso, pensato, essenziale nella sua funzionalità.

     

    Nel primo pomeriggio faccio un ultimo salto all'Absalon Hotel per ritirare il mio trolley nella stanza di Luggage Hero, servizio di deposito bagagli ben congegnato per cui serve avere solo un po’ di dimestichezza con app e smartphone. Più che lasciare la città, ho la sensazione di aver appena iniziato a comprenderla. Quando mi incammino verso la stazione centrale il cielo ha già preso quella tinta azzurra profonda che qui annuncia la sera anche se l’orologio non è ancora arrivato alle 16. In meno di venti minuti, con circa 4 euro di biglietto, sarò all’aeroporto.

     

    Copenaghen non è una città che si visita: è una città che si abita, anche solo per pochi giorni. E quando la saluto, in quell’arrivederci, c'è la sensazione di aver vissuto qualcosa di profondamente equilibrato, confortevole, a misura d’uomo. Anzi, a ben guardare è molto più di una sensazione.

     

     

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