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MAURIZIO MASCHIO


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NUTRIRE MARTE

IL NUOVO CONCORSO A PREMI

 (NON PER TUTTI) DELLA NASA

TRA APERTURA INTERNAZIONALE, ACCORDI ARTEMIS, PREMI A STELLE E STRISCE E MODELLI DI COOPERAZIONE ANCORA DA MIGLIORARE

 

Mentre Artemis II è in rampa di lancio - anche se il lift off previsto per febbraio è ora slittato di almeno un mese (vedi sotto) - la NASA ha lanciato un nuovo concorso internazionale dedicato a uno dei temi più delicati dell’esplorazione umana dello spazio: il cibo. Con il Deep Space Food Challenge: Mars to Table, l’agenzia statunitense invita ricercatori, innovatori, chef, studenti e cittadini di tutto il mondo a progettare sistemi alimentari autosufficienti per missioni di lunga durata verso la Luna e Marte, in un’ottica di sostenibilità, benessere degli equipaggi e riduzione della dipendenza dalla Terra. L’iniziativa si inserisce in un percorso coerente con gli obiettivi di lungo periodo della NASA e con la crescente attenzione verso il ruolo strategico del cibo come infrastruttura della vita nello spazio. 

 

Il Mars to Table Challenge, infatti, chiede ai partecipanti di immaginare un sistema alimentare completo, capace di supportare equipaggi impegnati in missioni di mesi o anni lontano dalla Terra. Non si tratta di singoli alimenti o soluzioni puntuali, ma di un ecosistema integrato che comprenda produzione, preparazione, conservazione e consumo del cibo, in dialogo con i sistemi di supporto vitale e con le esigenze nutrizionali, psicologiche e operative degli astronauti. Il concorso è aperto a livello internazionale e mette in palio un montepremi complessivo che può arrivare fino a 750.000 dollari. E fin qui tutto bene. Scorrendo il regolamento un po’ più in basso, però, emerge una frizione difficile da ignorare. Pur essendo aperta a team di tutto il mondo, la competizione prevede che i premi in denaro siano riservati esclusivamente ai partecipanti statunitensi. I gruppi extra-USA possono contribuire con idee, progetti e visioni, ma non possono accedere ai riconoscimenti economici. Una scelta formalmente legata all’uso di fondi federali, ma che introduce una distinzione netta tra partecipazione e valorizzazione economica. C’è poi un ulteriore elemento che merita attenzione, ed è di natura più ampia. Negli ultimi anni, con la firma degli Artemis Accords, gli Stati Uniti hanno promosso un quadro di cooperazione internazionale volto a definire princìpi condivisi per l’esplorazione pacifica, sostenibile e collaborativa della Luna e dello spazio profondo. Un impianto che, almeno sul piano politico e simbolico, riconosce esplicitamente la dimensione multilaterale delle future missioni umane nello spazio profondo.

 

 

MARS TO TABLE, IL CONCORSO A PREMI (MA NON PER TUTTI) DELLA NASA

Alla luce di quanto detto, iniziative come il Mars to Table Challenge mettono in evidenza un’incongruenza di fondo: da un lato, trattati e accordi che invitano alla cooperazione tra Paesi; dall’altro, strumenti operativi che, sul piano economico, mantengono una logica fortemente nazionale. Non si tratta di una contraddizione giuridica, ma di un’asimmetria culturale tra la firma dei princìpi e la gestione concreta del valore prodotto. 

 

È una questione che non mina certo la validità degli Accordi, ma che solleva una domanda legittima: quanto i modelli economici che accompagnano l’esplorazione spaziale sono oggi allineati con l’idea di una comunità internazionale realmente corresponsabile del futuro oltre la Terra? Il tema non è polemico, ma strutturale. Quando si parla di esplorazione umana dello spazio come impresa collettiva, globale e cooperativa, il modo in cui si distribuisce il valore diventa parte integrante del messaggio. In questo caso, l’apertura internazionale convive con un modello che mantiene la ricompensa economica entro confini nazionali, sollevando interrogativi legittimi su quale idea di collaborazione si voglia realmente promuovere. 

 

La questione assume ancora più peso se si considera che il cibo nello spazio non è un terreno inesplorato. Fin dagli albori della corsa allo spazio, l’alimentazione è stata una componente essenziale delle missioni umane. Dalle prime soluzioni pensate esclusivamente per garantire la sopravvivenza, si è passati progressivamente a sistemi sempre più articolati. Con il programma Apollo, il tema della conservazione e della sicurezza alimentare ha iniziato a strutturarsi; con Skylab e lo Space Shuttle il cibo è entrato nella quotidianità degli equipaggi; a bordo della Stazione Spaziale Internazionale si è compiuto un ulteriore salto di qualità, con maggiore varietà, attenzione agli aspetti psicologici e sperimentazioni sulla coltivazione in microgravità.

SPACE FOOD = MIX DI TECNOLOGIA, BIOLOGIA, NUTRIZIONE E CULTURA

 

Oggi parlare di space food significa parlare di sistemi complessi, in cui nutrizione, biologia, tecnologia e cultura si intrecciano. Il cibo non è più solo carburante per il corpo, ma un elemento chiave per la salute mentale, la coesione dell’equipaggio e la sostenibilità a lungo termine delle missioni. È, a tutti gli effetti, una delle infrastrutture fondamentali dell’abitare umano fuori dalla Terra. 

 

In questo percorso, l’Europa e l’Italia hanno giocato e continuano a giocare un ruolo di primo piano, insieme alle principali agenzie spaziali del pianeta, incluse quelle americane, come racconto anche nel mio ultimo libro Green Space R-evolution – Il futuro della Terra passa dallo spazio. Da anni università, centri di ricerca, industrie e agenzie spaziali europee lavorano su coltivazioni in ambienti controllati, sistemi chiusi e circolari, bioreattori, fermentazioni e soluzioni pensate per lo spazio ma con ricadute dirette anche sul nostro pianeta. Non si tratta di visioni teoriche, ma di ricerche consolidate e sperimentazioni avanzate che affrontano il tema del cibo come parte integrante dei sistemi di supporto vitale. 

 

Il concorso della NASA appare dunque un’iniziativa stimolante, ma suscettibile di miglioramenti sotto più punti di vista. Partecipare è legittimo, informarsi è doveroso, contribuire può essere utile. Tutti i dettagli ufficiali, le scadenze e le modalità di adesione sono disponibili sul sito dedicato:
https://www.deepspacefood.org/marstotable

 

Allo stesso tempo, resta aperta una riflessione più ampia. Se l’esplorazione umana dello spazio vuole davvero essere globale, forse è arrivato il momento di immaginare strumenti di cooperazione che lo siano fino in fondo, anche nella valorizzazione economica delle competenze e delle idee. Un dibattito che potrebbe trovare terreno fertile anche in ambito ESA, valorizzando il patrimonio scientifico e tecnologico già presente in Europa e promuovendo modelli di collaborazione più simmetrici. Perché nutrire Marte non è solo una sfida tecnologica. È un test culturale su come intendiamo costruire il futuro dell’umanità nello spazio: insieme, oppure semplicemente fianco a fianco.

 

 

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A PROPOSITO DI ARTEMIS II, A CHE PUNTO STIAMO?

 

La missione Artemis II ha un obiettivo preciso e strategico: testare per la prima volta con equipaggio umano tutti i sistemi necessari a portare astronauti oltre l’orbita terrestre, preparando il ritorno sulla superficie lunare - sappiamo tutti che Artemide è sorella di Apollo - e, in prospettiva, le future missioni verso Marte. Non è una missione di atterraggio, ma un volo di circa dieci giorni attorno alla Luna e ritorno, pensato per validare navicella, razzo, supporto vitale, comunicazioni e operazioni in ambiente di spazio profondo. 

 

Nelle ultime settimane la NASA ha compiuto passi decisivi verso il lancio, completando l’integrazione dell’adattatore di stadio Orion con il razzo Space Launch System. Questo componente collega lo stadio superiore del lanciatore alla capsula Orion, protegge l’equipaggio dai gas del lancio e consentirà il rilascio in orbita alta di quattro CubeSat sviluppati da partner internazionali – Corea del Sud, Germania, Argentina e Arabia Saudita – dedicati a esperimenti scientifici e tecnologici.

 

 

Il 17 gennaio il complesso SLS–Orion ha lasciato il Vehicle Assembly Building del Kennedy Space Center per raggiungere la rampa di lancio 39B, al termine di un trasferimento di quasi 12 ore effettuato dal crawler-transporter. Sulla rampa sono iniziate le operazioni di preparazione alla wet dress rehearsal, la prova generale che simula il caricamento di oltre 700.000 galloni di propellenti criogenici, il conto alla rovescia e le procedure di sicurezza, senza equipaggio a bordo. Proprio per ragioni di sicurezza, la prima finestra di lancio che era prevista per il 6 febbraio è sfumata: durante la prova generale la NASA ha infatti riscontrato una perdita di idrogeno liquido sullo SLS, problemi a una valvola del portello di Orion e interruzioni nelle comunicazioni a terra. Stop deciso per analizzare i dati e garantire la sicurezza dell’equipaggio, dunque, con lift off rimandato alle prossime finestre utili, tra marzo e inizio aprile.

 

Artemis II si inserisce però in un contesto che non è solo tecnologico, ma anche politico e diplomatico. Gli Artemis Accords, oggi firmati da 60 Paesi, definiscono un quadro condiviso per l’esplorazione civile dello spazio basato su cooperazione internazionale, uso pacifico, trasparenza, accesso aperto ai dati scientifici, non interferenza e tutela dei siti storici. La recente adesione del Portogallo rafforza la vocazione multilaterale del programma Artemis e il suo ruolo come architettura di governance dello spazio profondo. 

 

Non a caso, l’equipaggio delle prime volte - composto dal comandante Reid Wiseman e da Victor Glover (primo uomo di colore a volare verso la Luna), Christina Koch (prima donna) e Jeremy Hansen (canadese, primo non americano) - ha scelto di chiamare la capsula Orion Integrity: un nome che richiama la solidità tecnica del veicolo, ma anche i valori di responsabilità e affidabilità su cui si fonda l’intero programma. Artemis II diventa così il passaggio dalla firma dei princìpi alla loro applicazione concreta nello spazio: un test non solo di hardware, ma di coerenza tra visione, cooperazione e pratica operativa. 

 

 

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