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MAURIZIO MASCHIO


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L'AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA - IL G-ASTRONAUTA TOP NEWS

L'AQUILA 2026

UN MULTIVERSO DI SAPERI, SAPORI E TRADIZIONI

CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA, IL CAPOLUOGO ABRUZZESE RACCONTA LA PROPRIA RINASCITA INTRECCIANDO ARTE, TERRITORIO E CUCINA, TRA RITI ANTICHI, VINI D’ALTITUDINE E UNA SCENA GASTRONOMICA IN PIENO FERMENTO

 

Dire L'Aquila Capitale italiana della cultura 2026 non significa semplicemente attribuirle un titolo, ma riconoscerla come laboratorio vivente di un nuovo modello di sviluppo culturale, sociale ed economico. L’Aquila città multiverso è un progetto ambizioso di sperimentazione artistica e rigenerazione territoriale che guarda avanti seguendo i quattro assi della nuova Agenda europea della cultura: coesione sociale, salute pubblica e benessere, creatività e innovazione, sostenibilità socio-ambientale

 

Nel corso del 2026, questo disegno prenderà forma attraverso oltre 300 eventi, distribuiti in 100 location e articolati lungo 300 giorni di programmazione, trasformando la città e il suo territorio in una piattaforma culturale diffusa, capace di intrecciare produzione artistica, partecipazione civica e qualità della vita. Pensare L’Aquila come una città multiverso significa riconoscerne la complessità fertile: una realtà in cui convivono e dialogano dimensioni parallele, storiche e presenti, urbane e montane, materiali e simboliche. I grandi ospiti già annunciati, compongono un panorama trasversale tra musica, arti visive, teatro e riflessione contemporanea: da Simona Molinari a Nicola Piovani, da Simone Cristicchi ad Amara, passando per Salvatore Accardo e Leonardo De Amicis, fino alle grandi firme dell’arte e della cultura, da Michelangelo Pistoletto a Maurizio Cattelan con Marta Papini, da Ai Weiwei a Liu Bolin, per citarne alcuni. Il programma degli eventi in aggiornamento è consultabile sul sito ufficiale https://laquila2026.it/

 

Un territorio ancora vitale, ricco di risorse e competenze. A guidare questo percorso sono cinque filoni concettuali – multiculturalità, multidisciplinarietà, multitemporalità, multiriproducibilità e multinaturalità – che attraverseranno l’intero programma, dando vita a eventi diffusi capaci di generare inclusione sociale e benessere, oltre a un ecosistema favorevole alla creatività. È da qui che inizia il racconto del G-Astronauta. Perché in questo multiverso fatto di luoghi, persone e visioni, anche il cibo diventa un linguaggio culturale: gesto quotidiano che unisce comunità, rigenera spazi e racconta il territorio con la stessa forza di una mostra, di una performance, di un’opera d’arte.

UNA TERRA CHE CAMBIA PELLE:

L'ABRUZZO D'INVERNO

L’Abruzzo è spesso definito una terra dall’anima selvaggia, e con l’arrivo delle stagioni più fredde questa sensazione diventa un’esperienza sensoriale totale. Lo si vede in autunno, quando sugli altopiani dello zafferano, in provincia de L’Aquila, la fioritura colora i campi di violetto: i fiori vengono raccolti a uno a uno, nelle ultime ore della notte, per preservare il massimo del profumo. Un gesto lento, quasi rituale, che dice molto del rapporto tra uomo e territorio. 

 

I castagneti secolari – gli “alberi del pane” - punteggiano i pendii di Valle Castellana, Valle Roveto, Cagnano Amiterno e Montereale, diventando veri attrattori naturali e gastronomici, mentre più in alto, i grandi parchi dell’Appennino – Parco Sirente-Velino, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e Parco Nazionale della Majella – avvolgono altopiani e vallate che in pochi mesi passano dal verde brillante ai toni rossi e arancio. Proprio le castagne, tornano sempre più protagoniste in una cucina che riscopre il valore della semplicità. Bollite, arrostite, trasformate in farina. Le caldarroste, chiamate “caciole” in dialetto, cuociono ancora sul fuoco a legna; le infornatelle vengono conservate per l’inverno; le remonne, castagne lessate con alloro e sbucciate fresche, raccontano una ritualità domestica quasi scomparsa. La Castagna Roscetta I.G.P. della Valle Roveto, apprezzata per la sua dolcezza, entra anche in piatti più strutturati come le pappardelle al sugo di cinghiale e castagne, esempio perfetto di una cucina che sa essere insieme contadina e raffinata.

 

 

Con l’inverno, anche l’Abruzzo si veste di bianco. Località come Ovindoli e l’altopiano delle Rocche, tra Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio, diventano mete privilegiate per sciatori e alpinisti. Nei borghi montani della provincia aquilana l’atmosfera si fa raccolta, quasi domestica: dalle cucine si diffondono profumi avvolgenti di zuppe, carni in umido, pane caldo. È qui che la gastronomia torna a essere necessità, conforto, identità. Il freddo abruzzese, infatti, ha sempre chiesto piatti capaci di scaldare e nutrire. Le zuppe e le preparazioni contadine sono forse la forma più sincera della gastronomia locale. Emblematiche sono le sagne e fagioli, pasta fatta in casa con sola semola e acqua, unita a fagioli borlotti e, talvolta, a un soffritto di cotica o pancetta. Un piatto antico, povero solo in apparenza, che restituisce il senso della cucina familiare. 

 

Se c’è un momento in cui la cucina aquilana diventa racconto collettivo, è quello della Panarda. Un banchetto rituale antichissimo che può superare le quaranta portate, vero monumento gastronomico alla generosità abruzzese. Non è solo abbondanza, ma una precisa idea di comunità, dove il cibo scandisce i tempi dello stare insieme.
 

SANT'AGNESE, ENTRA NEL VIVO IL FESTIVAL PIANETA MALDICENZA 

Lo stesso spirito conviviale anima la festa di Sant’Agnese, il 21 gennaio, quando le confraternite aquilane si ritrovano per celebrare la tradizione della “maldicenza”: una cena satirica, in cui il confronto – anche ironico e pungente – diventa collante sociale. Mangiare, qui, è sempre un atto culturale. Quello della maldicenza rituale, intesa come esercizio collettivo di critica sincera, satira civile e consapevolezza comunitaria, è infatti un rito antico che, proprio nell’anno della cultura, torna al centro della scena con un programma articolato e attuale. 

 

Organizzato dall’Associazione culturale Confraternita aquilana “devoti” di Sant’Agnese insieme al Movimento Agnesino e con il patrocinio del Comune, il festival Pianeta Maldicenza mette simbolicamente “sotto processo” la maldicenza — scherzosamente, ma non troppo — interrogandone senso, limiti e funzione sociale. Una scelta che risuona perfettamente con il concept di L’Aquila città multiverso, dove le tradizioni non vengono musealizzate, ma attivate

 

Il percorso che conduce al gran finale attraversa linguaggi e luoghi diversi. Si parte con il convegno internazionale su dialetto, identità civica e digitalizzazione, che restituisce centralità alla lingua come presidio culturale, e prosegue con spettacoli teatrali e comici che trasformano storie e “storielle” aquilane in racconto condiviso, tra musica popolare e sketch graffianti. 

 

 

Ma è mercoledì 21 gennaio che il rito raggiunge la sua massima intensità. Nel pomeriggio, l’arte visiva apre la strada alla sera con il concorso “Gli artisti per Sant’Agnese”, culminante nell’assegnazione del Palio di Sant’Agnese. Poi arriva il momento più atteso, quello della cena, quando centinaia di congreghe di amici, colleghi, associazioni si ritrovano con i piedi sotto al tavolino, per consumare piatti robusti e celebrare le annuali “elezioni dei più maldicenti”. Non una gogna, ma un gioco serio: riconoscersi nei propri difetti, riderci sopra, trasformare la critica in collante sociale.
 

RICETTE E CAPISALDI DELLA TRADIZIONE AQUILANA

Nel mosaico gastronomico aquilano non possono mancare alcuni capisaldi identitari, capaci di raccontare il territorio con immediatezza. La pasta alla chitarra, formato simbolo dell’Abruzzo interno, resta una presenza costante sulle tavole: ruvida, porosa, ideale per accogliere sughi di carne importanti o il profumo deciso del tartufo locale. Accanto, la mortadella di Campotosto, presidio Slow Food dalla forma inconfondibile e dal cuore di lardo, è uno di quei prodotti che parlano di montagna, conservazione e ingegno contadino. Tra gli ingredienti più caratterizzanti c’è anche il sedano nero di Torricella Peligna, altro presidio Slow Food, utilizzato in ripieni, brodi e piatti della memoria. Il capitolo dolciario completa il quadro con bocconotti, crêpes alla castagna e preparazioni più contemporanee che sperimentano abbinamenti con birre artigianali aromatizzate, dimostrando come la tradizione sappia ancora dialogare con il presente. 

 

Gli arrosticini, diffusi in tutta la regione, trovano nell’entroterra aquilano una declinazione più montana, meno addomesticata, dove la qualità della materia prima è tutto. L’agnello a scottadito, cotto rapidamente per preservarne succosità e carattere, è uno dei piatti più immediati e conviviali, mentre il tradizionale agnello cacio e uova racconta una cucina di recupero solo in apparenza semplice: una preparazione in cui l’equilibrio tra carne, formaggio e uova diventa gesto di sapienza domestica.

Accanto alla carne, i formaggi sono l’altra grande colonna della tavola aquilana. Il Canestrato di Castel del Monte, prodotto simbolo dell’Appennino, e i diversi pecorini locali esprimono la biodiversità dei pascoli e il sapere dei casari. Spesso vengono serviti con il miele dell’Appennino aquilano, in un abbinamento che restituisce tutta la complessità di un territorio aspro e generoso allo stesso tempo. 

 

A sostenere e completare ogni pasto arrivano i vini, compagni naturali di questa cucina schietta: il Montepulciano d’Abruzzo, profondo e strutturato, e il Cerasuolo, rosato di carattere, capace di accompagnare tanto i piatti di carne quanto quelli più delicati. Nel loro dialogo con il cibo, questi vini non fanno da cornice, ma diventano parte integrante del racconto.
 

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ALTITUDINE, IDENTITÀ E PRECISIONE NEL CALICE

 

Nella conca aquilana e nei comuni limitrofi, da Ofena a Capestrano, da Prezza a Cese di Preturo, il Montepulciano d’Abruzzo perde ogni eccesso muscolare per farsi più verticale, teso, profondo, sostenuto da tannini fini e da una freschezza che ne allunga la prospettiva. Accanto, il Cerasuolo d’Abruzzo trova qui una delle sue interpretazioni più convincenti: non semplice rosato “di mezzo”, ma vino di carattere, strutturato, capace di accompagnare la cucina di carne e quella pastorale con sorprendente versatilità. 

 

Il Pecorino, vitigno simbolo dell’area, è forse la voce più rappresentativa di questo territorio: cresce bene in quota, ama il vento e le notti fredde, e restituisce vini tesi, sapidi, agrumati, spesso segnati da note floreali e balsamiche. È un bianco che non cerca l’opulenza, ma la precisione, e che dialoga perfettamente con formaggi di montagna, zuppe, piatti di verdura e preparazioni tradizionali. 

 

Le aziende della provincia aquilana condividono una visione comune, pur con stili diversi: lavoro artigianale, attenzione al vigneto, rese contenute, fermentazioni spontanee in molti casi, affinamenti misurati. C’è chi lavora su piccoli numeri, chi su produzioni più strutturate, ma il filo rosso resta la fedeltà al luogo.

I vigneti, spesso compresi tra i 400 e gli 800 metri di altitudine, beneficiano di condizioni pedoclimatiche che favoriscono vini longevi, mai banali, sempre riconoscibili. In questo quadro si inseriscono realtà come Cataldi Madonna, interprete storico e rigoroso dell’area di Ofena; Castelsimoni, esempio di viticoltura di montagna autentica; Praesidium, punto di riferimento per una lettura territoriale profonda e coerente; e Inalto – Vindaltura, che racconta l’altitudine come valore enologico e culturale. 

 

Sono vini che, come la città e il suo territorio, hanno imparato a trasformare la difficoltà in identità. E che oggi diventano parte integrante di un racconto più ampio: quello di una cultura del gusto che nasce dalla montagna, dialoga con la contemporaneità e guarda al futuro senza perdere le radici.
 

I POSTI AL TOP DOVE MANGIARE IN CENTRO 

Se musei, mostre e teatri raccontano la rinascita culturale dell'Aquila, è forse sedendosi a tavola che se ne percepisce davvero la portata. Il centro storico vive anche grazie a una rete di indirizzi “di sostanza”, capaci di tenere insieme quotidianità e identità. La Camoscina (corso Federico II) è un punto fermo per chi cerca salumi e formaggi della conca aquilana e delle aree interne, un luogo dove la spesa diventa racconto del territorio. Poco più avanti, L’Emporio (corso Federico II) custodisce oggetti e utensili della tradizione, come i ferri per le ferratelle, simbolo di una cucina domestica che qui è ancora viva e condivisa. 

 

In piazza Duomo, l’Antica Pasticceria Bar Fratelli Nurzia (piazza Duomo, 74/75) è molto più di una caffetteria: fondata nel 1835, è un vero presidio culturale cittadino. Il suo torrone tenero accompagna da quasi due secoli la storia dell’Aquila ed è stato uno dei primi segnali concreti di ritorno alla vita dopo il sisma. Info su www.torronenurzia.it.

 

Poco distante, Gelaterie Duomo – Il Paradiso del Gelato (piazza Duomo, 32 e corso Vittorio Emanuele, 27) reinterpretano la materia prima locale – a partire dal latte di pezzata rossa – in chiave contemporanea, con una ricerca costante su ingredienti e gusti. Info su www.gelaterieduomo.com. A due passi, La Bottega da Marcello (piazza Duomo, 27) è il luogo ideale per trasformare la spesa in una pausa conviviale, tra taglieri ben costruiti e focacce farcite che raccontano l’Abruzzo più quotidiano. La rinascita passa anche dal vino e dal pane. La Fenice – Enoteca Wine Bar (via Zara, 18), guidata da Maurizio De Luca, è una sorta di simbolo non ufficiale della resilienza aquilana: più volte risorta, oggi è un luogo di acquisto, incontro e racconto, con una presenza anche nei pressi del Castello cinquecentesco. Qui il vino diventa linguaggio culturale e occasione di relazione. Su corso Vittorio Emanuele si incontrano indirizzi solidi come Art Cafè (corso Vittorio Emanuele), riferimento per chi cerca un caffè di livello, e Briò (corso Vittorio Emanuele), raffinata pausa di ispirazione francese tra croissant, pain suisse e baguette farcite. 

 

Dal 2022, il tema dei lievitati ha trovato una casa precisa in Førma Bakery (via Fortebraccio, 63), laboratorio che lavora farine locali di grano Solina e Senatore Cappelli, macinate a pietra e impastate con lievito madre, acqua di montagna e sale integrale. Un progetto che dialoga direttamente con la ristorazione d’autore. La scena gastronomica aquilana oggi è infatti articolata e coerente con l’idea di una città che guarda avanti senza recidere le radici e Førma Contemporary Restaurant è forse l’emblema più chiaro di questa visione: cucina contemporanea, fermentazioni, tecniche moderne e grande attenzione al prodotto locale convivono in un palazzo storico alle spalle della Basilica di San Bernardino. Un ristorante che parla una lingua internazionale, ma con un accento profondamente territoriale. Info su www.formarestaurant.it

 

A pochi passi dal Duomo, Elodia (corso Vittorio Emanuele, 9) ha ritrovato nuova vita nella cornice di Palazzo Cipolloni Cannella, rileggendo la cucina di montagna con tecnica e sensibilità attuale. Zafferano, porcini, agnello e memoria familiare diventano piatti eleganti e identitari. Info su www.instagram.com/elodiaristorante. Lo Scalco dell’Aquila (via Minicuccio D’Ugolino, 2) porta avanti da oltre novant’anni una ristorazione che unisce mare e montagna, cucina e impegno culturale. Qui il ristorante è anche luogo di dibattito, presentazioni e partecipazione civica, con una carta dei vini all’altezza. Info su www.loscalcodellaquila.com. Nel cuore della città, William Zonfa – Il Ristorante (via dei Torreggiani, 3) celebra le materie prime abruzzesi e italiane all’interno di Palazzo Micheletti, con percorsi degustazione essenziali e curati, tra Adriatico e Appennino. Info su www.williamzonfaristorante.it. Sempre in centro, Yoichi (via Andrea Bafile, 17) è un ponte tra Italia e Giappone: cucina fusion, attenzione al dettaglio e una proposta che funziona anche come lounge e cocktail bar. Info su www.yoichi.it. Chiude il quadro Rêver (via Bominaco, 24), ospitato nello storico Palazzo Notar Nanni, dove la cucina creativa dialoga con il mare e l’entroterra e l’aperitivo diventa un momento centrale della vita cittadina. Info su www.ristoranterever.it.

 

 

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